tratto dall’articolo di Francesco Merlo – La Repubblica
IN QUESTA fogna di parole «le bimbe» non sono più i pargoli di Gesù ma le ninfette.
E Berlusconi non dice mai «donna», preferisce « patonza» che è il volgare banale e, vedrete, diventerà linguaggio d’ epoca «la patonza deve girare», una frase abbagliante come un fulmine che illumina benissimo l’ estetica e l’ etica del berlusconismo e perciò gli sopravviverà. Un po’ come “la Corazzata Potemkin è una boiata pazzesca”, “Milano da bere” e “mani pulite”.
BERLUSCONI infatti è il più trito turpiloquente di questa Italia con la patta sbottonata, non è D’ Annunzio né Bukowski che cercava “la macchina da fottere”. E non c’ è mai nel suo lessico da pelo che so?, una gazzella, un airone, un’ aquila, solo «gnocca» , «due bambine piccole», «fica», e ovviamente «troia» che però è la femminamerce che gli resiste, non importa se perché non le piace o perché vuole «prima vedere cammello».
Insomma, ci sono tutti i consunti riflessi condizionati del pensionato dalla vita, quello che insegue le donne ma non si ricorda perché. E a forza di bugie diventa sincero. «Erano in undici e me ne sono fatte solo otto» è, per esempio, la diminutio che certifica l’ esagerazione, l’ iperbole da barzelletta che svela il contrario di quel che declama.
Entrambi, Berlusconi e Tarantini, sanno – ma non se ne curano – che quella menzogna rende trasparente l’ impotenza, il bisogno di mangiare con avidità senza mai potersi saziare.
«Avevo la fila fuori dalla porta» dice, come i seduttori flosci di Brancati che facevano ‘ catenaccio’ nei bordelli e poi praticavano il gigantismo del sesso parlato. Berlusconi chiede «un caravan» di puttane, millanta prestazioni a mitraglia dicendo «non potevo fare di più, a certe cose non si può arrivare». Sembra davvero il romanzo postumo di Brancati sul sesso rianimato: «Stamattina mi sento bene, sono contento della mia resistenza». Di sicuro è un tossico dipendente dinanzi al quale persino Tarantini, il pusher, sembra un ingenuo calvinista. Quella libidine sfrenata è troppo anche per lui.
(…)
E bisogna dire che in questa commedia consapevole Berlusconi è disperatamente solo. Esibisce una lascivia arcaica fatta apposta per essere truffata da Tarantini e da tutte le ragazze della sua scuderia che tra loro gli danno del «vecchio rincoglionito». E si preoccupano solo del compenso: «Chi mi da i soldi, tu o lui?».
Chissà come devono sentirsi, leggendo queste trascrizioni, quelli che a Berlusconi hanno voluto davvero bene, e chissà la vergogna di quel suo mondo fatto di mamma Rosa e di ben 4 zie suore.
Il laico musulmano Erdogan non lo ritiene all’ altezza della moralità dell’ Islam, e invece la Chiesa romana, cattolica e politicante, non si imbarazza per quella frasesintesi «la patonza deve girare» che segna il legame ambientale di Berlusconi con questo tempo storico, lo arreda, sostituisce l’ osceno al tragico della politica e della vita.
Tutta la patonza di cui si informa – «e l’ altra, com’ è l’ altra?» – è il tesoretto di questa comitiva di governo, piccioli e spiccioli della cassa comune dei copulanti associati: «Poi ce le prestiamo». E ognuno ha il suo ‘ parco patonze‘ . «Posso portare anch’ io le mie?» chiede Berlusconi al suo pappone di professione: non può rischiare di mostrarsi sprovvisto di una materia anatomica di cui è conoscitore, amante e possessore e si riserva la botta da maestro: «Voglio che tu abbia le tue, se no mi sento in debito».
E c’ è tutto l’ immaginario di un ‘ papi’ , altra parola d’ epoca, che è al tempo stesso Gozzano e Sade, la tenerezza e la pedofilia, nelle «ballerine» che pretende indossate «senza calze», nella richiesta di «gonne corte» e nel vestitino aderente e nero. «Mi metto un tubino nero corto e non troppo scollato?» chiede la merce a Tarantini. La risposta è «mettitelo scollato» perché il ricottaro conosce l’ urgenza della bava e della sporcificazione «delle fanciulle offerte al drago» come anticipò all’ Italia la dolente signora Veronica.
E tocca il fondo del degrado lessicale quando dice «ieri sera mi sentivo carico perciò ho telefonato …»e «mi sono scaricato». Qui la vanità passa dal pavone al caprone, il carnevale esagerato diventa frasario da voltastomaco: da Brancati si scende ai sottoproletari di Verdone, ai graffiti sui muri dei gabinetti delle stazioni: «Vieni senza mutande».
E c’ è sempre, in ogni pensiero e in ogni momento, l’ ossessione della vecchiaia. «Sono vecchietto» dice di sé. E la merce che compie 29 anni «sta diventando vecchietta». E sono «vecchietti» anche Carlo Rossella e Fabrizio Del Noce, che Berlusconi convoca ed esibisce nel serraglio perché le ragazze si sentano «di fronte a due uomini che possono decidere del loro destino». A Tarantini dice: «L’ unico ragazzo sei tu, gli altri siamo vecchietti, ma con molto potere» che è il surrogato della virilità e della giovinezza.
E la vecchiaia qui non è più l’ età della saggezza, della cautela e del sorriso ma la sfida invasata all’ anagrafe, più torello di quand’ era ragazzo: «Ce ne sono quaranta», «non se ne vanno neanche con le cannonate», «sono stato eletto playboy dell’ anno», è un millantare da ex goliarda logorato, un armamentario da soldato di leva di sessant’ anni fa, un impossibile ritorno da ricco ai suoi venti anni scoperecci ma poveri, un eccesso così eccessivo che la verità, a furia di menzogne, viene di nuovo fuori in un dettaglio autentico: non se ne vanno perché «il prezzo è buono e il vitto pure».
Ma non si può ringiovanire a pagamento. Come gli studenti fuori corso che truccano il libretto universitario e raccontano a casa finti esami e finte lauree, Berlusconi non è per nulla interessato alla Merkel, al Papa, ad Obama, e al vero Sarkozy preferisce l’ imitatore del Bagaglino: «Faccio il premier a tempo perso» è un’ altra verità inconsapevole resa evidente dall’ abuso di bugie, come «la patonza deve girare», come quel carico e scarico sull’ indistinta carne che non è un prolungamento, un seguito, un ritorno alla polluzione adolescenziale ma è l’ incontinenza della vecchiaia malvissuta, quel ritrovarsi i calzoni maculati di gocce e di chiazze, poche e sparse.
ciacole in cucina